tema 19 marzo 2018
Studi - Affari esteri
Il processo di stabilizzazione dei Balcani occidentali

Il Parlamento della XVII Legislatura ha seguito con grande attenzione il processo di stabilizzazione in atto nei Balcani occidentali, area europea a tutti gli effetti ma che deva ancora completare, in buona parte, la propria integrazione nelle istituzioni euro-atlantiche. Le numerose tensioni nella regione hanno lungamente costituito un potente freno all'avvicinamento all'Unione europea, anche se abbastanza incoraggiante appare ad esempio l'evoluzione nei rapporti tra Serbia e Kosovo, fortemente condizionati dalla capacità attrattiva dell'Unione europea - e permangono tuttavia delle ombre, soprattutto manifestatesi nei tempi più recenti, per alcuni accenti di apparente rilancio della prospettiva della "Grande Albania" provenuti tanto da Tirana che da Pristina.

Per quanto concerne proprio l'Albania, questa sembra incamminata sulla via delle riforme indispensabili per una futura adesione all'Unione europea - il paese ha ricevuto nel giugno 2014 il riconoscimento dello status di paese candidato - ma rischia di pregiudicare le prospettive europee proprio inserendosi nella già difficilissima questione dei rapporti tra Serbia e Kosovo.

Per quanto riguarda la Bosnia-Erzegovina, nel 2014 il paese ha vissuto un momento di gravissima crisi, con imponenti proteste popolari contro la corruzione insita nel complesso sistema istituzionale del paese, e poi con una serie di alluvioni di smisurata entità. Nel marzo 2015 tuttavia si riusciva a siglare l'Accordo di stabilizzazione e associazione della Bosnia-Erzegovina all'Unione europea, in sospeso da sette anni, e quasi un anno dopo il paese presentava formale domanda di ingresso nell'Unione europea. Nonostante controspinte di matrice etnica soprattutto da parte dell'entità serbo-bosniaca, il credito internazionale del paese subiva un indubbio beneficio anche dalla doppia condanna dei due protagonisti della fazione serbo-bosniaca nel corso dei tragici conflitti degli Anni Novanta, rispettivamente l'ideologo Radovan Karadzic e il comandante militare Ratko Mladic, che subivano condanne innanzi al Tribunale internazionale dell'Aja a quarant'anni (il primo) e all'ergastolo (il secondo).

Assai più problematica appare la situazione nella Repubblica di Macedonia, scossa da gravi contrasti politici all'interno dei quali si insinua la dimensione etnica della presenza di una cospicua minoranza albanese nel paese, una parte della quale filogovernativa, mentre l'altra è accusata dalle autorità di collegarsi con elementi "terroristici" del Kosovo per minare la stabilità macedone. Le tensioni politiche hanno condotto un certo punto anche un passo indietro di Nikola Gruevski, capo del Partito conservatore, che all'inizio del 2016 lasciava la carica dopo un accordo politico negoziato dall'Unione europea. Cionondimeno si rendevano necessari rinvii nello svolgimento di elezioni politiche, le quali non davano poi risultati decisivi, e frammezzo a tutto ciò clamorosi episodi di irruzione di manifestanti sia nella sede del Capo dello Stato che nel palazzo parlamentare.

Non dissimili le tensioni politiche che hanno caratterizzato il piccolo Stato del Montenegro, sempre guidato, direttamente o indirettamente, dallo storico leader Milo Djukanovic, nel quale per di più l'elemento dell'imminente ingresso del paese nella NATO ha costituito per lungo tempo un fattore di gravi contrasti, fino a che nel giugno 2017 l'Alleanza atlantica ha accolto il Montenegro al proprio interno, marcando un indubbio insuccesso per il tradizionale alleato russo e la forte corrente filorussa interna al paese. Peraltro la stabilità governativa, ottenuta con l'avvicendamento di figure comunque riferentisi a Milo Djukanovic, era favorita anche dal ricorrente boicottaggio elettorale da parte delle opposizioni.