tema 18 giugno 2018
Studi Camera - Affari Esteri Politica estera e questioni globali Turchia

Nonostante la Turchia non sia stata interessata da eventi di gravità paragonabile a quelli della Siria o dell'Iraq, la sua collocazione strategica, autentica cerniera tra Europa e Medio Oriente, ne fa un naturale centro di interesse anche ai fini di una ricognizione delle principali tematiche di politica estera da parte del Parlamento italiano. Oltre alle sue peculiarità geopolitiche, vi sono inoltre importanti profili dell'evoluzione politico-istituzionale del grande Stato anatolico suscettibili di attrarre l'attenzione internazionale: va infatti ricordato come nel corso degli ultimi cinque anni il partito dell'AKP, ormai da lungo tempo al governo, inizialmente caratterizzato da un approccio di islamismo moderato e tale da costituire un modello anche per molti altri paesi di fede musulmana, ha accentuato la presa su molteplici leve del potere, sotto la forte personalità del presidente Erdogan, che proprio in questo ultimo periodo è riuscito a coronare il proprio progetto di un rafforzamento dei poteri presidenziali - instaurando un regime presidenziale. Non mancano pertanto preoccupazioni sia in ordine all'effettiva democraticità del nuovo sistema politico-istituzionale turco, sia in relazione al rispetto dei diritti umani nel paese : valga ad esempio la grande offensiva ormai in atto contro i mass media non allineate alle direttive governative.

Le dimissioni del premier Davutoglu a metà del 2016 hanno costituito un'altra spia del progressivo radicalizzarsi dell'islamismo dell'AKP sotto Erdogan - Davutoglu, dapprima come ministro degli esteri e poi come premier aveva incarnato infatti il volto più dialogante e moderato della Turchia.

Tornando in al piano internazionale, Ankara è progressivamente passata nell'ultimo quinquennio da un atteggiamento – quello, appunto, attribuito a Davutoglu - di necessarie buone relazioni con tutti i vicini, a un coinvolgimento nelle tensioni regionali - soprattutto il conflitto in corso in Siria -, che l'hanno indotta a scelte piuttosto nette, e addirittura in taluni casi suscettibili di compromettere i rapporti turchi con l'Occidente, sia per quanto concerne l'Unione europea sia per ciò che riguarda l'Alleanza atlantica, alla quale Ankara ha aderito nel 1952.

La Turchia infatti, anche per il crescente scetticismo sulle prospettive di integrazione europea del paese, ha iniziato una propria politica regionale, definita da più osservatori d'impronta neo-ottomana, anche in ragione delle suggestioni del passato imperiale relativamente recente del paese. Tale politica, che, come già detto, in un primo tempo mirava a rapporti di distensione con tutti i paesi vicini - tanto che in alcune fasi persino  con l'Armenia erano sembrati aprirsi spiragli di vera riconciliazione - doveva però a partire dal 2011 confrontarsi con le conseguenze dei vasti rivolgimenti etichettati come Primavere arabe, e soprattutto con il gravissimo conflitto tuttora non spento nella confinante Siria.

Ankara tentava di accreditarsi come modello per i paesi del Nordafrica che si erano liberati di regimi da lungo tempo radicati, ma nel far questo non poteva indirettamente non scontrarsi con un altro importante paese sunnita, l'Arabia Saudita, che soprattutto per la potenza economica e per il prestigio derivante dalla custodia dei luoghi santi dell'Islam tende a sua volta a influenzare l'insieme del mondo arabo, al quale del resto, a differenza della Turchia, appartiene anche dal punto di vista etnico.

Rispetto alla crisi siriana in un primo momento gli obiettivi della Turchia e dei sauditi non sembravano differire granché, essendo entrambi interessati ad appoggiare la rivolta sunnita contro il regime alawita di Assad.

Erano gli avvenimenti in Egitto a portare allo scoperto le profonde differenze tra l'approccio turco e quello saudita: al momento della rimozione di Mohammed Morsi (luglio 2013) dalla Presidenza dell'Egitto, infatti, mentre l'Arabia Saudita appoggiava organicamente il nuovo regime di al-Sisi e la mano pesante da questo dispiegata contro la Fratellanza musulmana egiziana, la Turchia di Erdogan criticava aspramente il nuovo regime del Cairo. Se infatti una costante può rinvenirsi nell'azione della Turchia nei confronti del mondo arabo, questa è proprio l'appoggio movimenti ispirati alla Fratellanza musulmana – islamisti, ma non necessariamente d'impronta jihadista -, che incarnano quell'"Islam sociale" profondamente inviso invece alle élite saudite, proprio per le implicazioni di rivolgimento sociale che la loro affermazione potrebbe comportare.

Da questo momento in poi la Turchia aumentava il proprio coinvolgimento nella crisi siriana, ove tra l'altro non risultavano grandi sforzi di Ankara nel contrastare il radicamento dello "Stato islamico" nei territori siro-iracheni; mentre l'Arabia Saudita sembrava aver compreso i pericoli di un appoggio troppo sostenuto ai movimenti jihadisti, e si concentrava piuttosto nella lotta geostrategica con l'Iran per il dominio del Golfo Persico, intervenendo nella difficile situazione yemenita. Per quanto concerne il rapporto della Turchia con la crisi siriana, inoltre, non va dimenticato come proprio le regioni sudorientali turche - quelle che confinano con la Siria - siano abitate da ampie fasce di popolazione curda: si comprende in tal modo come la preoccupazione turca sia divenuta sempre più quella di evitare il  costituirsi di un arco di egemonia curda nei territori nord-siriani, che potrebbe esercitare una forte attrazione verso i curdo-turchi del sud-est. In quest'ottica gli interventi armati turchi in territorio siriano, ancora in questi giorni, sono stati sempre più caratterizzati dal chiaro obiettivo di ostacolare la nascita di un'entità autonoma curda, anche rischiando di compromettere i rapporti con gli Stati Uniti, che dell'alleanza curdo-siriana sono stati e sono il principale sponsor e protettore.

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Nel maggio-giugno 2013 proteste antigovernative di massa si verificavano in diverse città, scatenate dai piani per lo sviluppo edilizio di uno dei pochi spazi verdi di Istanbul (Gezi Park): la polizia rispondeva con violenza e due manifestanti perdevano la vita. Il primo ministro Erdogan, dal canto suo, manteneva un atteggiamento di sfida verso i manifestanti.
Dopo numerosi arresti di personalità pubbliche filogovernative con accuse di corruzione, in dicembre il governo licenziava numerosi dirigenti della polizia, in quello che appariva come parte della lotta per il potere contro l'ex alleato del partito AKP e influente religioso musulmano Fethullah Gulen, da tempo residente negli USA.

Nell'agosto 2014 il primo ministro Erdogan riportava la vittoria nella prima elezione presidenziale diretta.
Il processo per il presunto disegno di colpo di stato "Sledgehammer" crollava nel marzo 2015,  quando un tribunale assolveva 236 ufficiali accusati di coinvolgimento in una presunta cospirazione, nel 2003, per rimuovere l'allora primo ministro Erdogan dal potere.
Alle elezioni di giugno il partito democratico popolare filo-curdo di sinistra (HDP), guidato da Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ, entrava in parlamento, privando il partito governativo AKP della sua maggioranza e facendo naufragare i piani per un referendum sull'ampliamento dei poteri esecutivi del presidente Erdogan.
In luglio la Turchia annunciava attacchi aerei contro lo "Stato Islamico", dopo che un attentatore suicida sospettato di appartenere all'ISIS aveva provocato la morte di 32 giovani attivisti durante una manifestazione a Suruc, al confine con la Siria.
Il cessate il fuoco con il partito curdo-turco PKK - dichiarato dal carcere dal leader del PKK Abdullah Ocalan nel 2013 - si sgretolava intanto sotto il peso delle tensioni aggravate dalla guerra civile siriana e dal ruolo sia della Turchia che dei curdi nella guerra.

In ottobre un raduno pacifico di curdi ad Ankara era colpito da attentatori suicidi che provocavano la morte di un centinaio dei presenti: il governo attribuiva la responsabilità allo "Stato islamico".

In novembre il partito governativo AKP riconquistava la maggioranza parlamentare nelle elezioni anticipate, ma non riusciva a raggiungere i numeri necessari per il referendum volto a rafforzare i poteri del presidente Erdogan. Un episodio particolarmente grave era costituito dall'abbattimento di un aereo militare russo in missione di bombardamento sulla Siria – da settembre infatti Mosca era apparsa nel teatro di guerra siriano a fianco di Assad. La Russia, secondo partner commerciale della Turchia, imponeva sanzioni economiche.

L'Unione europea stipulava con Ankara un accordo in base al quale la Turchia avrebbe limitato il flusso di migranti verso l'Europa, in cambio di 3 miliardi di euro e di concessioni nelle trattative sull'adesione turca alla UE, da tempo in fase di stallo.

Nel febbraio 2016 un attentato ad un convoglio militare nella capitale turca provocava la morte di 38 persone: la rivendicazione giungeva da parte di un'ala separatista del PKK, i "Falchi della libertà del Kurdistan" (TAK). In marzo iniziava una stretta sui ‘media', quando il più grande quotidiano turco, Zaman - strettamente legato al rivale di Erdogan Fethullah Gulen – era posto sotto il controllo statale.

Un attacco suicida perpetrato mediante un'autobomba ad Ankara uccideva intanto 37 persone, con una nuova rivendicazione del TAK.
In maggio si verificava una svolta nella politica turca, con le dimissioni del premier e già ministro degli esteri Ahmet Davutoglu, entrato in rotta di collisione con il presidente Erdogan. Contemporaneamente Erdogan minacciava di revocare l'accordo con la UE sui flussi di migranti siglato sei mesi prima, qualora ai turchi non fosse stata concessa l'esenzione dal visto per l'ingresso in territorio europeo – una presa di posizione forse non casualmente emersa con la caduta del principale negoziatore di quell'accordo.

Nel mese di giugno 2016 si produceva una frizione diplomatica con la Germania: la Turchia richiamava infatti il suo ambasciatore a Berlino dopo che il parlamento tedesco aveva adottato una risoluzione che dichiara come genocidio il massacro di armeni da parte delle forze turche ottomane durante la Prima Guerra Mondiale.
Un attentato suicida all'aeroporto Ataturk di Istanbul provocava la morte di 42 persone, tra le quali 13 stranieri. Le autorità turche ravvisavano nell'attacco le tracce tipiche dello "Stato islamico".

In luglio falliva un tentativo di colpo di Stato, che il presidente Erdogan attribuiva al suo avversario in esilio, Fethullah Gulen: migliaia di militari e magistrati sospettati di essere coinvolti nel tentato ‘golpe' erano arrestati. Il governo procedeva inoltre alla chiusura di numerosi ‘media', tra i quali 16 canali TV.
In agosto il presidente Erdogan si recava in visita a San Pietroburgo per colloqui con il presidente russo Vladimir Putin: dall'incontro usciva l'impegno reciproco a ripristinare gli stretti legami economici gravemente colpiti dopo che la Turchia aveva abbattuto un bombardiere russo sul confine siriano nel novembre 2015. In dicembre tuttavia un nuovo episodio rischiava di far risalire la tensione tra Russia e Turchia, quando un poliziotto turco fuori servizio uccideva l'ambasciatore russo, quasi certamente in un atto di rivalsa per la campagna aerea russa in Siria. La Russia e la Turchia si impegnavano ciononostante a cooperare con l'Iran nella lotta contro lo "Stato islamico" in Siria.

Nel gennaio 2017 un attentatore uzbeko uccideva 39 persone mentre festeggiavano l'anno nuovo nel locale notturno Reina di Istanbul: l'attacco era rivendicato dallo "Stato Islamico".

Nell'aprile del 2017 il presidente Erdogan vinceva di stretta misura nel referendum per estendere i poteri presidenziali: l'opposizione contestava però la regolarità del risultato.

La Turchia lanciava attacchi aerei contro gli alleati curdi degli Stati Uniti in Siria e Iraq, poche settimane dopo la fine formale dell'operazione di "Scudo dell'Eufrate" – durata sette mesi - contro i gruppi curdi e lo "Stato islamico" nel nord della Siria. Lo scenario siriano successivo alla caduta dell'ISIS (ottobre 2017) si alimentava quindi di una nuova fonte di combattimenti, basata sulla costante direttrice della politica estera turca di evitare il consolidarsi di un dominio territoriale curdo – stavolta in territorio siriano – suscettibile di costituire un fattore di attrazione regionale anche per la numerosa minoranza curda della Turchia.

 

ultimo aggiornamento: 18 giugno 2018

Sul piano interno,il paese rimane fortemente polarizzato ed esposto ai rischi di destabilizzazione provenienti dalle attività terroristiche, di matrice sia islamista sia curda, anche alla luce del crescente coinvolgimento del paesenel teatro di crisi siriano. Il successo dell'operazione militare "Ramo d'ulivo" nella città siriana di Afrin sembra spingere il governo di Ankara a mantenere la sua presenza e continuare la sua azione nel nord della Siria Continua a fare discutere il protrarsi dello stato di emergenza, tanto che il 15 giugno scorso, il premier di Ankara, Binali Yildirim, ha ripreso l'impegno, già annunciato nei giorni scorsi dal leader Erdogan in un'intervista tv, a porre fine alle misure straordinarie post-golpe quale primo atto all'indomani della rielezione del Presidente della Repubblica. nel voto anticipato del 24 giugno: sotto questo regime emergenziale, secondo stime delle Nazioni Unite almeno 160 mila persone sono state arrestate e oltre 150 mila epurate

Il dibattito politico interno è naturalmente incentrato sulle alleanze pre-elettorali. A metà marzo l'Assemblea nazionale turca ha approvato le nuove regole elettorali inserite nel pacchetto legislativo di26 articoli presentato a febbraio dal partito di governo (AKP) e dal Movimento nazionalista (MHP). La prima modifica consente alle formazioni politiche che costituiscono un'alleanza con un partito più grande di ottenere seggi in parlamento, anche se queste non superano lo sbarramento elettorale del 10% (soglia prevista in Turchia per l'ingresso dei partiti nell'Assemblea nazionale).

Ciò consentirà al MHP guidato da Devlet Bahceli, che lo scorso febbraio ha formato un'alleanza pre-elettorale con l'Akp – la c.d. "Alleanza del Popolo" –, di assicurarsi segginella formazione del prossimo parlamento. Sembra infatti che i consensi nei confronti del MHP,attestatosi all'11,9% nelle elezioni anticipate di novembre 2015, siano in calo in ragione della scelta delsuo leader di appoggiare la riforma costituzionale, voluta da Erdogan e votata ad aprile 2017, che ha aperto la strada alla trasformazione della Turchia in un sistema presidenziale.

Il disaccordo sul sostegno a tale riforma è stato all'origine della spaccatura all'interno dello stesso MHP o scorso anno. Dalla scissione della frangia guidata da Meral Aksener è nato l'Iyi Parti (il Partito buono), che si colloca a destra dello schieramento politico e mira ad attrarre i voti dell'elettorato conservatore laico e nazionalista con orientamento pro-occidentale.                                                      

La riforma elettorale introduce inoltre delle disposizioni che non hanno mancato di sollevare critiche da parte dei partiti di opposizione. È forte infatti il timore che queste possano mettere in discussioneil regolare e libero svolgimento del voto.

Il riferimento in particolare è a quelle disposizioni che ammettono la validità dei voti che non sono timbrati dagli scrutatori di seggio o timbrati più volte,nonché la possibilità per le forze di sicurezza di entrare nei seggi elettorali. La riforma inoltre consente al Supremo consiglio elettorale di ridisegnare i distretti elettorali e di spostare i seggi per ragioni disicurezza. Misure queste che, nelle intenzioni del governo, sarebbero dirette a scoraggiare eventuali azioni di sabotaggio del voto da parte del Partito dei lavoratori del Kurdistan – organizzazione terroristica che da oltre trent'anni opera in Turchia, in particolare nelle province del sud-est del paese – ma che di fatto attribuiscono ampia discrezionalità di azione alle autorità.

Il rifiuto da parte del governo di prevedere nella riforma anche l'abbassamento della soglia del 10%, richiesto della principale formazione di opposizione, il Partito repubblicano del popolo (CHP), haspinto quest'ultimo a sondare la strada delle alleanze elettorali alla luce della costituzione dell'Alleanza del Popolo. Kemal Kilicdaroglu, leader del Chp, a marzo ha iniziato una serie di colloqui con altri partiti di opposizione, quali il Partito della felicità (SP), l'Iyi Parti e il Partito democratico (DP).

Le manovre all'interno dei partiti sono un chiaro segnale dell'importanza della prossima tornata elettorale per il futuro assetto politico del paese. Non solo per le opposizioni, ma anche, e soprattutto, per l'attuale presidente. Infatti, la riforma costituzionale, che trasformerà la Turchia in una repubblica presidenziale, sarà attuativa dopo il voto del 2019. È evidente che solo percentuali di voto elevate, ben oltre quindi il 50%, a favore dell'Akp e del suo alleato nazionalista daranno piena legittimità alla riforma costituzionale.

Rimane difficile la situazione della libertà di stampa e di espressione nel paese. L'annuncio della vendita da parte di uno dei colossi dell'informazione turca, Dogan, di buona parte dei suoi canali televisivi e testate al gruppo filo-governativo Demironen, se finalizzato, rappresenterebbe una ulteriorerestrizione dei media non schierati in un paese in cui la maggior parte degli organi di informazione è a favore dell'Akp. Il gruppo Dogan controlla infatti diverse testate, tra cui l'Hurriyet, canali televisivi, come CNN turca, televisioni digitali e il sistema di distribuzione Yaysat.

Già nel 2011 Dogan aveva ceduto i quotidiani Milliyet e Vatan al gruppo Demironen, dopo avere ricevuto una multa di 2,5 miliardi di dollari per evasione fiscale nel 2009. Il caso allora aveva fatto molto discutere. Sembrerebbe infatti che ci fossero state presunte interferenze da  parte del governo di Erdogan, insoddisfatto della linea critica adotta dal gruppo nei confronti dell'esecutivo sugli scandali di corruzione scoppiati in quel periodo.

Sul piano della sicurezza interna, permangono elevati rischi. Non si placa infatti lo scontro nelle province dell'Anatolia meridionale tra le forze di sicurezza turche e il Pkk. Allo stesso tempo il paeserimane esposto alla minaccia di attentati terroristici di matrice islamista soprattutto in una fase in cuisi amplia il suo impegno militare in Siria.

 

ultimo aggiornamento: 18 giugno 2018

Nel gennaio 2018 la Turchia, continuando nella sua strategia anti-curda, lanciava un'operazione militare nella Siria settentrionale per cacciare i ribelli curdo-siriani dai territori intorno ad Afrin: forze filogovernative siriane intervenivano successivamente a difesa dei curdo-siriani, con lampi di confronto bellico diretto turco-siriano.

Il conflitto siriano continua a dominare la politica mediorientale della Turchia, mentre il fattore curdo continua giocare un ruolo chiave nelle mosse regionali di Ankara e a impattare sui rapporti con gli Stati Uniti e, in parte, con la Russia. Dopo due mesi dal lancio dell'operazione militare denominata "Ramo d'ulivo" le truppe turche sono entrate nella città di Afrin, nel nord-ovest della Siria, controllata dal Partito curdo dell'unione democratica (Pyd) e dal suo braccio armato Ypg (le Unità curde di protezione popolare).

L'obiettivo dietro all'azione di Ankara nel teatro di guerra siriano è noto: impedire la creazione di un corridoio curdo nel nord della Siria e di contenere le aspirazioni indipendentiste dei curdi siriani che possano fungere da catalizzatore per istanze autonomiste dei curdi di Turchia. Da tempo, inoltre, Ankara sostiene gli stretti legami tra PKK e YPG, da una prospettiva turca viste anch'esse come una organizzazione terroristica. Al contrario, per gli Stati Uniti le milizie curde

hanno rappresentato il principale alleato sul terreno nella lotta a IS. Ciò inevitabilmente ha mantenuto alta la tensione tra Ankara e Washington, le cui posizione contrastanti sulle Ypg hanno inficiato un rapporto bilaterale piuttosto altalenante negli ultimi anni. Se l'operazione ad Afrin è stata possibile grazie al tacito benestare della Russia, che controlla lo spazio aereo su quella parte di Siria, il presidente turco Erdogan non sembra però intenzionato in questa fase a seguire i moniti di Mosca che sollecita Ankara a passare il controllo della città curda al regime di Damasco.

L'operazione "Ramo d'ulivo" nel nord della Siria non si è conclusa ad Afrin e la presenza militare turca non solo sembra destinata a perdurare, ma anche a espandersi. Dopo la città di Tell Rifaat, l'intenzione di Erdogan sarebbe di proseguire verso Manbij, città dell'est della Siria a maggioranza araba controllata anch'essa dalle forze curde. Tuttavia, la presenza di centinaia di forze speciali statunitensi nelle aree controllate dalle PYD a nord-est fino al confine con l'Iraq rende difficile un attacco turco a Manbij, senza provocare conseguenze sulle già tese relazioni con Washington. In questa direzione, pare che invece starebbe spingendo la Russia per gettare benzina sul fuoco delle divergenze tra Washington e Ankara.

Non da ultimo, per la Turchia, e per il suo presidente, le azioni sul fronte siriano sono strumentali a obiettivi di politica interna. In una complessa fase pre-elettorale risulta fondamentale per Erdogan consolidare la sua base conservatrice e nazionalista e sottrarre consensi ai partiti di opposizione. In questo contesto è dunque probabile che l'intervento militare nel nord della Siria continuerà, resta da vedere con quali conseguenze nei rapporti con Washington, ma anche con Mosca, Teheran e Damasco.

Nonostante al summit trilaterale tra Erdogan, il presidente russo Putin ed il presidente iraniano Rhouani di inizio aprile ad Ankara i tre capi di stato abbiano reiterato l'enfasi sull'indipendenza, la sovranità e l'integrità territoriale della Siria, l'impegno a proseguire sulla strada intrapresa ad Astana e le convergenze tattiche, permangono interessi e agende diversi. In particolare la Turchia intende limitare l'influenza dell'Iran in Siria, mentre non ha mai del tutto abbandonato l'obiettivo di un cambio di regime a Damasco, alleato di Mosca e Teheran. Al contrario, il rapporto tra Ankara e Mosca passa attraverso gli stretti legami personali e le affinità politiche tra i due presidenti che nel corso del 2017 si sono incontrati ben otto volte.

La visita di Putin ad Ankara è stata anche l'occasione per rafforzare la cooperazione in ambito energetico e militare con la firma di diversi accordi. Oltre ad essere il principale fornitore di idrocarburi della Turchia, la Russia è impegnata nella costruzione della prima centrale nucleare del paese ad Akkuyu sulla costa mediterranea. Al centro dei colloqui anche la vendita del sistema di difesa missilistico russo S-400 alla Turchia, la cui consegna dovrebbe essere anticipata di un anno nel luglio del 2019. Accordo questo che non ha mancato di suscitare, già da diversi mesi, perplessità negli alleati della Nato, il cui sistema sarebbe incompatibile con quello russo.Nonostante le divergenze, la Turchia non ha mancato di sostenere gli attacchi aerei di US, Francia e Gran Bretagna a obiettivi mirati in Siria, che hanno mandato un segnale forte e chiaro ad Assad, e di condannare ogni utilizzo di armi chimiche sul territorio siriano.

Sul versante dei rapporti con l'Europa, la prospettiva dell'adesione all'Unione europea sembra ormai tramontata, sebbene formalmente il processo negoziale rimanga ancora in piedi. Alle luce dell'allontanamento del paese dai criteri europei (i cosiddetti criteri di Copenaghen) in materia di democrazia, stato di diritto, rispetto dei diritti umani e delle libertà individuali, oggi neanche i più convinti sostenitori della vocazione europea della Turchia scommetterebbero sulla carta dell'adesione.

Del resto anche in Turchia prevale da tempo, a causa dell'atteggiamento ondivago dell'Europa, ma anche di una retorica anti-occidentale della leadership turca, una profonda disaffezione per l'obiettivo europeo. Al di là dell'adesione, si tratta dunque di ridefinire le relazioni con l'UE su un altro livello e di appianare le divergenze con alcuni stati membri. In quest'ottica, oltre ai viaggi di Erdogan in alcune capitali europee, tra cui Roma, nei primi mesi del 2018, si inserisce il summit tenutosi il 26 marzo in Bulgaria con i vertici della UE. Se i negoziati di adesione rimangono bloccati, l'incontro ai più alti livelli è stato rilevante nella volontà di tenere aperta la porta del dialogo con Ankara. Del resto, solidi interessi legano la Turchia all'Europa – dalla gestione dei flussi migratori alla cooperazione nella lotta al terrorismo, dalle consolidate relazioni economiche e alle questioni di sicurezza energetica –, nonostante Ankara negli anni abbia sempre più diversificato le proprie relazioni esterne.

Tra le questioni discusse nella città bulgara di Varna, vi è stato innanzitutto lo sbocco della seconda tranche da 3 miliardi di euro alla Turchia prevista dall'Accordo sulla gestione delle migrazioni verso l'Europa  ttraverso il territorio turco di marzo 2016.

I colloqui hanno inoltre toccato la questione della  liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi nell'area Schengen, anch'essa prevista dall'Accordo e condizionata all'ottemperamento da parte della Turchia di 72 criteri, tra cui la discussa legge anti-terrorismo turca. A tal proposito, è previsto nella seconda metà di aprile l'invio di una apposita commissione tecnica dell'UE per discutere e valutare il documento (position paper) che stabilisce le modalità attraverso le quali il governo turco soddisferà i rimanenti sette criteri che mancano alla Turchia per l'ottenimento della liberalizzazione dei visti.

Sul tavolo anche un altro tema caldo negli ultimi mesi: i contrasti tra Turchia, Grecia e Cipro per lo sfruttamento dei giacimenti di gas nelle acque territoriali al largo dell'isola di Cipro. La Turchia infatti rivendica il diritto di sfruttamento anche dell'autoproclamata Repubblica turca di Cipro Nord, riconosciuta solo a Ankara. Sono evidenti i vantaggi economici che la parte nord dell'isola, fortemente dipendente da Ankara, ne ricaverebbe, e gli interessi della Turchia, che ambisce a diventare un hub del gas nel Mediterraneo orientale, oltre a ridurre la dipendenza energetica dalla Russia.

 

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