segnalazione 23 febbraio 2022
Studi - Affari sociali Sintesi delle risultanze delle Indagini Istat su Centri Antiviolenza e Case rifugio: anno 2018

In estrema sintesi, al 31 dicembre 2018 sono 302 i Centri antiviolenza segnalati dalle Regioni (che hanno aderito all'Intesa del 2014) pari a 0,05 Centri per 10mila abitanti, valore stabile rispetto al 2017. Di questi, sono 30 quelli che hanno iniziato la loro attività nel 2018. Rispetto al 2017 risultano in aumento (+13,6%) le donne che si sono rivolte ai CAV: sono state 49.394 nel 2018, ovvero 17,2 ogni 10mila. Le donne che hanno avviato un percorso di uscita dalla violenza sono 30.056, delle quali il 63,5% lo ha iniziato nel 2018. Il 63% delle donne che hanno iniziato il percorso di allontanamento dalla violenza ha figli, minorenni nel 67,7% dei casi. Le donne straniere costituiscono il 28%.

L'ente promotore dei CAV, cioè la persona giuridica pubblica o privata che ha la titolarità del servizio in quanto lo finanzia, è prevalentemente un soggetto privato in quasi tutte le regioni (61,9%); a livello territoriale si passa dal 77,8% delle Isole al 52,2% del Sud. In quasi il 70% dei Centri è lo stesso ente promotore a gestire direttamente l'erogazione dei servizi. Nel restante dei casi, è, invece, un ente promotore pubblico che delega l'erogazione dei servizi ad enti privati . Si occupano esclusivamente di violenza di genere il 66% degli enti privati promotori e il 57% degli enti privati gestori.

I servizi offerti dai Centri antiviolenza sono molteplici. I più frequenti sono quelli di ascolto e accoglienza, di orientamento e accompagnamento ad altri servizi della rete territoriale (entrambi 96,5%), supporto legale (93,8%), supporto e consulenza psicologica (92,2%), sostegno all'autonomia (87,5%), percorso di allontanamento (84,0%) e orientamento lavorativo (80,5%). Tra i servizi previsti dall'Intesa del 2014 sono meno erogati il servizio di supporto alloggiativo (66,5%) e quello di supporto ai minori. Tra i servizi non previsti dall'Intesa sono meno frequenti quelli di sostegno alla genitorialità (62,3%), di pronto intervento (58,8%) e di mediazione linguistica (45,9). Al Sud e nelle Isole, i servizi spesso sono erogati direttamente dai Centri mentre al Nord prevale il modello misto in cui sono coinvolti anche altri servizi/strutture territoriali. Il 49,4% dei Centri antiviolenza dispone di sportelli sul territorio che forniscono servizi simili a quelli del Centro al fine di raggiungere un numero maggiore di donne. I Centri puntano sulla qualità dei servizi offerti, investendo sulla formazione obbligatoria delle proprie operatrici (svolta dall'87,9% dei Centri) e sull'attività di supervisione, inerente sia l'organizzazione sia le attività svolte insieme alle donne, condotte dall'86% dei Centri.

L'82,9% dei Centri aderisce a una rete territoriale, quasi sempre formalizzata attraverso convenzioni o protocolli d'intesa/accordi (92,5% dei casi). La rete territoriale antiviolenza è coordinata prevalentemente da Enti territoriali quali Comune, Prefettura (ambiti della programmazione sociale e socio-sanitaria) o Provincia/Città metropolitana. Solo il 9,9% delle reti attribuisce al CAV la funzione di coordinamento. Fanno parte delle reti molti soggetti: oltre agli Enti territoriali responsabili sul territorio dell'erogazione dei servizi sociali (97,7%), figurano soggetti del comparto sicurezza (92,5%), associazioni di volontariato (76,5%), soggetti del comparto giustizia (66,7%) o altri enti e soggetti (52,2%).

Le operatrici che lavorano nei Centri sono 4.494, di cui 2.492 (55,5%) impegnate esclusivamente in forma volontaria e 2.002 retribuite. La figura professionale che più frequentemente svolge un numero maggiore di ore in forma volontaria è l'operatrice di accoglienza, che ha un ruolo chiave per le attività svolte dal Centro. La forma di finanziamento principale dei Centri prevede un mix di fondi pubblici e privati (51,4% dei casi). Il 39,3% riceve esclusivamente finanziamenti pubblici, il 2,7% solo finanziamenti privati. In totale, i finanziamenti pubblici alimentano l'attività del 90% dei Centri antiviolenza.

Le Case Rifugio per le donne maltrattate nel 2018 in Italia sono 272, pari a 0,04 Case per 10mila abitanti, in aumento rispetto alle 232 del 2017. L'offerta è maggiore al Nord, in particolare in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, e, al Centro, in Toscana. In media, i posti letto messi a disposizione sono 8,9 per Casa Rifugio, livello più elevato dei 7,4 autorizzati (pari 0,3 per 10mila abitanti). La differenza fra posti letto autorizzati e quelli effettivamente utilizzati è particolarmente marcata in alcune regioni come la Valle D'Aosta, la Provincia autonoma di Bolzano, le Marche e la Campania.

Le Case Rifugio hanno ospitato nel 2018 in totale 1.940 donne (il 62,1% è composto da straniere); tra queste 1.565 sono state accolte nel corso del 2018. Il numero di giorni di permanenza presso le Case Rifugio è molto variabile e oscilla da pochissimi giorni a due anni, mediamente è pari a 259 giorni, inclusa l'estensione per l'eventuale proroga. L'accoglienza e l'ospitalità offerta alle donne sono inserite nella maggioranza dei casi in un percorso personalizzato di uscita dalla violenza che la Casa ha progettato in accordo con le donne accolte. Il 91,4% delle Case Rifugio lo ha fatto con tutte le ospiti mentre il 5,4% soltanto per alcune di loro. Oltre all'ospitalità, le Case offrono anche ad altri della rete territoriale i servizi di orientamento e accompagnamento (96,4%), il piano di sicurezza individuale sulla base della valutazione del rischio (93,7%), il supporto e la consulenza psicologica alla donna (90,1%), l'indirizzo all'autonomia abitativa (90,1%) e lavorativa (87,8%), il supporto e la consulenza legale (89,2%), il sostegno alla genitorialità (80,6%). Nel 2018, la metà delle donne che hanno lasciato la Casa Rifugio (50,8%) ha concluso il percorso di uscita dalla violenza e il 7,8% per conclusione del percorso di ospitalità, facendo intravedere un esito positivo per circa 6 donne su 10. La larga maggioranza delle Case offre ospitalità di medio-lungo periodo (86,5%) e ospitalità programmata in urgenza (67,1%); meno frequente l'ospitalità in emergenza (58,1%), soprattutto nel Centro Italia, dove è prevista dal 50% delle Case, e al Nord-ovest (52,7%). Quasi la totalità delle Case Rifugio (95,9%) prevede criteri per l'accoglienza delle donne vittime di violenza e il 72,1% ne prevede per l'accoglienza dei figli.

Alla stregua dei CAV gli Enti promotori delle Case Rifugio sono un soggetto privato in quasi tuttele regioni (75,2%). Si passa dall'87,5% del Nord-ovest al 65,8% del Centro. In oltre il 79% delle Case Rifugio è lo stesso ente promotore che gestisce direttamente l'assistenza. Nei casi in cui, invece, il promotore è diverso dal gestore (30%) si tratta soprattutto di situazioni in cui l'ente promotore pubblico delega l'erogazione dei servizi ad enti gestori privati (83% dei casi). La quasi totalità (96%) dei soggetti privati - promotori o gestori - ha più di 5 anni di esperienza su questi temi e il 47% si occupa esclusivamente di violenza di genere. Le operatrici delle Case sono formate sui diversi temi dell'accoglienza delle donne, anche se lo sono meno su quella delle disabili, e le attività sono sottoposte a supervisione nell'86,5% delle Case.

Le 1.997 lavoratrici impegnate nelle Case sono volontarie in circa la metà dei casi, in misura minore al Sud e nelle Isole. Le misure per garantire la sicurezza delle donne ospiti non risultano del tutto adeguate: l'86,9% delle Case è a indirizzo segreto, ma il 5,9% di esse non ha previsto alcun sistema di sicurezza e misure come la linea telefonica diretta con le forze di polizia, il servizio di portineria, il servizio di sorveglianza notturna o il servizio di allarme. L'85,1% delle Case riceve finanziamenti pubblici, il 2,7% fa un uso esclusivo di fondi privati e l'11,3% delle Case Rifugio provvede autonomamente al proprio sostentamento.