tema 22 ottobre 2019
Ufficio Rapporti con l'Unione europea L' Italia e l' Unione europea Politica estera e questioni globali La Brexit
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Il Consiglio europeo del 17 e 18 ottobre 2019 ha approvato:
  • l' Accordo di recesso del Regno Unito dall'UE ed ha invitato la Commissione, il Parlamento europeo e il Consiglio ad adottare le misure necessarie per fare in modo che l'accordo possa entrare in vigore il 1° novembre 2019, così da garantire un recesso ordinato;
  • la dichiarazione politica che definisce il quadro delle future relazioni tra l'Unione europea e il Regno Unito, ribadendo la determinazione dell'Unione ad avere un partenariato quanto più stretto possibile con il Regno Unito in futuro e che l'approccio dell'Unione continuerà a fondarsi sulle posizioni e sui principi generali definiti negli orientamenti del Consiglio europeo concordati in precedenza e nelle dichiarazioni, in particolare quelle del 25 novembre 2018.
Si ricorda che il Primo Ministro del Regno Unito, Boris Johnson, aveva presentato il 2 ottobre 2019 delle nuove proposte volte a sostituire la clausola di backstop relativa al confine tra Irlanda e Irlanda del Nord, che però presentavano vari profili problematici per l'UE, con particolare riferimento alla questione del confine doganale tra Irlanda e Irlanda del Nord ed al diritto di vero da parte dell'Assemblea dell'Irlanda del Nord sull'entrata in vigore e sul mantenimento delle norme volte a sostituire la clausola di backstop. I negoziati, dopo un iniziale stallo, si sono poi riaperti grazie ad una ulteriore modifica delle posizioni negoziali del Regno Unito ed al raggiungimento di un compromesso tra le parti.

Il testo dell'Accordo di recesso e la dichiarazione politica sul quadro delle future relazioni dovranno ora essere approvate,da parte dell'UE, dal Consiglio e dal Parlamento europeo e da parte del Regno Unito, da parte della House of Commons.

La House of Commons il 19 ottobre 2019 ha approvato (322 voti a favore, 306 contrari) un emendamento con il quale si sospende il voto sull'Accordo di recesso e sulla Dichiarazione politica negoziata tra UE e Regno Unito fintanto che non siano stato adottato il Withdrawal bill, che è la legge volta a rendere operativo l'accordo di recesso nell'ordinamento del Regno Unito. Così facendo è scattato l'obbligo per il Governo di presentare richiesta all'UE di ulteriore proroga del termine ex art. 50 del TUE, rispetto al termine attualmente previsto del 31 ottobre 2019.
Si ricorda, infatti, che legge approvata dal Parlamento il 6 settembre 2019, ha previsto l'obbligo per il Governo del Regno Unito di presentare all'UE una richiesta di ulteriore proroga al 31 gennaio 2020 del termine ax art. 50 del TUE, nel caso in cui il Parlamento del Regno Unito non avesse approvato l'Accordo di recesso o una uscita senza accordo (cosiddetto no deal) entro il 19 ottobre 2019. La legge prevede, altresì, che il Governo sia obbligato a ad accettare anche una data diversa, eventualmente proposta dall'UE, salvo contrarietà del Parlamento.
Il Primo Ministro del Regno Unito, Boris Johnson, ha trasmesso il 19 ottobre 2019 al presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, una lettera con la richiesta di una ulteriore proroga del termine ax art. 50 del TUE fino al 31 gennaio 2020, non firmata, accompagnata da una ulteriore lettera nella quale indica che il Governo intende presentare immediatamente alle Camere il progetto di legge per rendere operativa la Brexit nel Regno Unito (il cosiddetto Withdrawal bill), con l'obiettivo di completare il processo di recesso entro il 31 ottobre e che è contrario alla concessione di una ulteriore proroga del termine ex art. 50 del TUE.

Da prime indicazioni emerse sembrerebbe esservi, comunque, in seno al Consiglio europeo una disponibilità ad una ulteriore limitata proroga, che potrebbe essere concessa in occasione di una ulteriore riunione del Consiglio europeo da svolgersi prima del 31 ottobre prossimo o attraverso la procedura scritta prevista incaso di urgenza.

Si ricorda che, sulla base della proroga del termine ex art. 50 del TUE decisa dal Consiglio europeo straordinario del 10 aprile 2019, al momento il Regno Unito dovrebbe completare il processo di recesso dall'UE entro il 31 ottobre 2019.
L' Accordo di recesso contiene norme volte a garantire una uscita ordinata del Regno Unito dall'UE, e richiede per la sua entrata in vigore esclusivamente l'approvazione da parte dell'UE (da parte del Consiglio dell'UE, che delibera a maggioranza qualificata, previa approvazione del Parlamento europeo) e del Regno Unito.
La Dichiarazione sul quadro delle future relazioni è volta ad impegnare le parti nell'ambito dei negoziati di un futuro accordo sulle relazioni tra UE e Regno Unito, che potranno essere avviati solo dopo che il Regno Unito sarà diventato un Paese terzo e per la cui entrata in vigore, trattandosi di un accordo di natura mista, che riguarda non solo competenze dell'UE, ma anche degli Stati membri dell'UE, sarà necessaria, a differenza dell'accordo di recesso, la ratifica di ciascuno Stato membro, secondo le rispettive norme costituzionali.
Ai sensi dell'art. 50 del Trattato sull'Unione europea (TUE), il processo di uscita del Regno Unito dall'UE si sarebbe dovuto concludere entro due anni dalla notifica formale del processo di recesso dall'UE del Regno Unito avvenuta il 29 marzo 2017, e quindi, il 29 marzo 2019. L'articolo 50 del TUE prevede che, trascorso il periodo di due anni dalla notifica del recesso ovvero il periodo della proroga senza che un accordo di recesso sia entrato in vigore e in mancanza di un'ulteriore proroga, i Trattati cessino di essere applicati allo Stato recedente (scenario cd. no deal).
Il Consiglio europeo, avvalendosi della possibilità prevista dall'art. 50 del TUE, che non prevede limiti al numero e alla durata delle proroghe, ha fino ad ora già concesso, su richiesta del Regno Unito, due proroghe del termine di due anni previsto dal sopracitato articolo. In particolare, il 21 marzo 2019 ha prorogato tale termine fino al 22 maggio 2019 e il successivo 11 aprile 2019, ha concesso un'ulteriore proroga fino al 31 ottobre 2019.
ultimo aggiornamento: 22 ottobre 2019

Le modifiche all'Accordo di recesso

Rispetto al testo dell'Accordo di recesso negoziato da UE e Regno Unito il 14 novembre 2018 ed approvato dal Consiglio eurooeo il 25 novembre 2018, le modifiche sostanziali hanno riguardato esclusivamente il Protocollo relativo all'Irlanda e l'Irlanda del Nord, che prevede una soluzione giuridicamente operativa volta ad evitare una frontiera fisica sull'isola d'Irlanda, tutelare l'economia dell'intera isola e l'accordo del Venerdì santo (accordo di Belfast) e al tempo stesso salvaguardare l'integrità del mercato unico.
Gli altri elementi dell'Accordo di recesso (in particolare le disposizioni sui diritti dei cittadini, la liquidazione finanziaria dovuta dal Regno Unito e quelle relative al periodo transitorio fino al 31 dicembre 2020, salvo una unica estensione da uno a due anni) restano inalterati, riprendendo le disposizioni dell'Accordo di recesso già concordato tra UE e Regno Unito nel novembre 2018. 
In particolare il nuovo Accordo di recesso reca le seguenti modifiche:
  • le disposizioni relative al confine tra Irlanda del Nord e Irlanda, contenute nel protocollo sull'Irlanda e l'Irlanda del Nord prevedono che dopo il periodo transitorio (fino al 31 dicembre 2020, ma prolungabile su accordo tra le parti una sola volta, per un periodo massimo di altri due anni) per 4 anni l'Irlanda del Nord rimarrà allineata agli standard comunitari per quanto riguarda la legislazione sulle merci, le norme sanitarie e fitosanitarie ("norme SPS"), le norme sulla produzione/commercializzazione dei prodotti agricoli, sull'IVA e sulle accise sulle merci e le norme in materia di aiuti di Stato, mentre a livello doganale resterà parte del territorio doganale del Regno Unito. Al termine e ogni 4 anni l' Assemblea dell'Irlanda del Nord potrà decidere a maggioranza semplice se mantenere in vigore questo regime oppure no per altri 4 anni o per altri 8 anni, con la maggioranza "cross-community" cioè di tutte e due le comunità dell'Assemblea dell'Irlanda del Nord, quella unionista e quella nazionalista. In caso l'Assemblea parlamentare dell'Irlanda del Nord si esprima contro il proseguimento di tale regime le disposizioni del Protocollo continueranno comunque ad applicarsi per altri 2 anni. Nel caso in cui l'Assemblea parlamentare non fosse in grado di deliberare, poiche sospesa (come attualemente) si continuerebbero comunque ad applicare le disposizioni del Protocollo. Sostanzialmente, tale modifiche sostituiscono quelle, precedentemente negoziate, relative alla clausola di backstop - che si sarebbero applicate in assenza e fintanto che la questione del confine tra Irlanda e Irlanda del Nord non fosse stata altrimenti disciplinata nell'ambito del futuro accordo che regoli le relazioni tra UE e Regno Unito - con un sistema che sarà immediatamente operativo a partire dalla fine del periodo transitorio e resterà in vigore, in modo permanente (la clausola di backstop aveva invece natura temporanea), fintanto che abbia il consenso dell'Assemblea dell'Irlanda del Nord per almeno 6 anni dopo la fine del periodo transitorio;
  • al fine di evitare controlli doganali tra Irlanda e Irlanda del Nord, tutte le merci che entrano nel territorio dell'Irlanda del Nord saranno soggette al codice doganale dell'UE, ma i dazi doganali europei si applicheranno alle merci in ingresso dal Regno Unito o da paesi terzi nell'Irlanda del nord solo se tali merci rischiano di entrare nel mercato unico dell'UE. La valutazione del sopracitato rischio delle merci in transito in Irlanda del Nord sarà affidata ad un Comitato misto EU-Regno Unito (Joint Commitee). Nel caso in cui il dazio doganale europeo sia superiore a quello del Regno unito è previsto un sistema di rimborso da parte del Regno Unito agli operatori dell'Irlanda del Nord. I controlli sul rispetto del diritto dell'UE per le merci in ingresso in Irlanda del Nord da altre parti del Regno Unito saranno esercitati dalle autorità del Regno Unito con un meccanismo di supervisione da parte dell'UE;
  • in materia di IVA viene stabilito che sarà l'autorità britannica (HMCR) a modificare le aliquote del proprio sistema in Irlanda del Nord per allinearle a quelle europee relativamente ai soli beni, e saranno le autorità britanniche responsabili della riscossione dell'imposta. Inoltre, esenzioni e aliquote ridotte in vigore in Irlanda potranno essere applicate anche in Irlanda del Nord al fine di "evitare distorsioni" del regime fiscale sull'isola irlandese;
  • le disposizioni che impegnavano a mantenere il cosiddetto " level playing field", ossia il rispetto di standard comuni in materia di aiuto di stato, ambienti, diritti dei lavoratori, diritti dei consumatori per una corretta ed equilibrata concorrenza sono state eliminate dall'accordo di recesso e richiamate nella dichiarazione politica quali condizioni per un futuro accordo di libero scambio tra UE e Regno Unito.

Le modifiche alla Dichiarazione politica sul quadro delle future relazioni

Rispetto al testo approvato a dicembre 2008 il nuovo testo della Dichiarazione negoziata da UE e Regno Unito a dicembre 2018, la modifica principale della dichiarazione politica riguarda il futuro delle relazioni economiche tra l'UE e il Regno Unito, aspetto per il quale il Regno Unito ha optato per un modello basato su un accordo di libero scambio.
La dichiarazione politica prevede, infatti, l'impegno comune da parte dell'UE e del Regno Unito a negoziare un accordo di libero scambio ambizioso, senza dazi né contingenti tra l'UE e il Regno Unito. La Dichiarazione, afferma che impegni per la parità di condizioni ( level playing field) dovranno garantire una concorrenza aperta e leale. La natura esatta di tali impegni sarà commisurata all'ambizione dei futuri rapporti e terrà conto dell'interconnessione economica e della prossimità geografica del Regno Unito. E' stato, inoltre, inserito un impegno delle parti alla non regressione degli impegni in materia ambientale, sociale e del lavoro e un richiamo ai principi ed agli impegni previsti nell'ambito dell' Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici.

ultimo aggiornamento: 21 ottobre 2019
Al momento, anche alla luce dei recenti sviluppi parlamentari e delle posizioni assunte dal nuovo Governo britannico, si prospettano i seguenti scenari compatibili con la probabile convocazione di nuove elezioni politiche nel Regno Unito:
  • approvazione dell'Accordo di recesso e della dichiarazione sul quadro delle future relazioni tra UE e Regno Unito approvati dal Consiglio europeo del 17 e 18 ottobre 2019;
  • ulteriore proroga del termine previsto dall'art. 50 del TUE, al 31 gennaio 2020, come richiesto dalla lettera inviata dal Primo Ministro, Boris Johnson, del 19 ottobre 2019 o ad altro termine che il Consiglio europeo reputasse più adeguato ;
  • uscita del Regno Unito dall'UE senza accordo entro il 31 ottobre 2019 nel caso in cui il Regno Unito non abbia ratificato entro tale data l'Accordo di recesso o nel caso in cui non vi sia unanimità a favore di una ulteriore proroga del termine ex art. 50 del TUE in seno al Consiglio europeo ;
  • convocazione di un secondo referendum, prima della ratifica di un eventuale accordo di recesso rinegoziato da parte del Parlamento e, in caso di esito del referendum favorevole al remain, revoca unilaterale da parte del Regno Unito della decisione di recedere dall'UE.


La Corte di giustizia dell'UE, nell'ambito del procedimento C-621/18, ha emesso il 10 dicembre 2018 una sentenza con la quale ha stabilito che il Regno Unito può decidere, unilateralmente, di revocare la sua decisione di recedere dall'Unione europea, prima dell'entrata in vigore dell'accordo di recesso o prima della scadenza dei due anni prevista dall'art. 50 del Trattato sull'Unione europea o di una sua eventuale proroga. Tale revoca deve essere decisa sulla base di un processo democratico e in accordo con le norme costituzionali nazionali.

Si ricorda che la House of Commons  può essere sciolta se il Governo viene sfiduciato e nei 14 giorni successivi non viene approvata una mozione di fiducia ad un nuovo Governo. La House of Commons può inoltre essere sciolta in caso di approvazione di una mozione in tal senso approvata dai due terzi dei componenti della stessa Camera.

ultimo aggiornamento: 21 ottobre 2019
L'Italia ha partecipato al negoziato all'interno del fronte europeo, che ha manifestato coerenza e compattezza. Le questioni di maggiore rilevanza nazionale sono:
  • le garanzie per i diritti degli italiani residenti nel Regno Unito (circa 700.000 persone) e la semplicità nelle procedure burocratiche che a tal fine dovranno essere affrontate dai cittadini italiani (a tutela delle categorie più vulnerabili o meno colte, vi è interesse a che queste procedure siano accessibili e non siano esclusivamente digitalizzate);
    Con specifico riferimento ai cittadini italiani (e comunitari), Londra si è impegnato a garantire tutti i diritti attuali agli europei che già risiedono nel Regno Unito. Gli italiani che vorranno garantirsi lo status di residenti e l'accesso a sanità pubblica e sicurezza sociale, dovranno chiedere un permesso di permanenza e dovranno avere vissuto nel Regno Unito per almeno cinque anni. La libera circolazione delle persone, secondo quanto previsto dall'Accordo di recesso, dovrebbe terminare il 31 dicembre 2020, fino tale data dovrebbe essere in vigore l'accordo di transizione, in virtù del quale sarà ancora possibile stabilirsi e lavorare nel Regno Unito senza permessi particolari. Ci sarà tempo fino al giugno 2021 per presentare la domanda e chi non ha ancora raggiunto i 5 anni di residenza godrà comunque di un " presettled status", che diventerà settled status, cioé residenza definitiva, una volta maturati i cinque anni. Va ricordato come il Regno Unito, a differenza dell'Italia, non abbia un sistema di registrazione dei cittadini europei residenti nel suo territorio (certificato di residenza) e abbia per questo motivo dovuto avviare una procedura specifica, già disciplinata in parte nell'Accordo di recesso.
  • la tutela delle indicazioni geografiche nell'agro-alimentare, visto che l'Italia è il paese con il più alto numero di indicazioni geografiche protette in ambito UE. Tutela che, nel testo dell'Accordo recesso, appare garantita per l'intero periodo di transizione, e potenzialmente anche nella prospettiva delle future relazioni commerciali;
  • il mantenimento di un forte rapporto con il Regno Unito sia in materia di sicurezza e difesa, sia in materia di sicurezza interna e contrasto al terrorismo;
  • un' uscita ordinata che non pregiudichi il livello dei rapporti commerciali esistenti fra i due paesi.

Per seguire e coordinare le attività inerenti la Brexit, il Governo italiano ha istituito una Task Force per la Brexit.
I preparativi italiani si iscrivono nel contesto del piano collettivo europeo e hanno l'obiettivo principale di garantire, anche con misure legislative:
  • la tutela dei diritti dei cittadini italiani che vivono nel Regno Unito e dei cittadini britannici che vivono in Italia;
  • la tutela della stabilità finanziaria e della continuità operativa dei mercati e dei settori bancario, finanziario e assicurativo (sia localizzati in Italia, sia nel Regno Unito), anche al fine di evitare rischi di liquidità e di garantire certezza delle transazioni, nonché la protezione di depositanti, investitori e assicurati,
  • la promozione di un'adeguata preparazione delle imprese e la gestione di emergenze relative ad alcuni ambiti settoriali come, ad esempio, trasporti, dogane, sanità, agricoltura, ricerca, istruzione e altri settori in cui dovessero essere necessari interventi.
Il 25 marzo 2019 il Governo ha adottato il c.d. Decreto Brexit (DL 25 marzo 2019, n.22 convertito in Legge del 20 maggio 2019 n.41) per assicurare la stabilità finanziaria e integrità dei mercati, la tutela dei diritti dei cittadini britannici residenti in Italia, nonché il rafforzamento della rete consolare nel Regno Unito e dell'assistenza nei confronti della comunità italiana ivi residente.

ultimo aggiornamento: 21 ottobre 2019
I risultati del referendum sulla permanenza del Regno Unito nell'UE tenutosi il 23 giugno 2016, hanno visto la vittoria del Leave (con il 51,9% dei voti) contro il Remain (con il 48,1% dei voti), con un'affluenza alle urne del 71,8% dell'elettorato (oltre 30 milioni di persone).
Il Paese è risultato molto diviso. A favore del Remain sono stati la Scozia (62%), Londra (59,9%), l'Irlanda del Nord (55,8%) ed il territorio d'Oltremare di Gibilterra (95,9%).
Il voto è apparso anche molto diviso demograficamente, con i giovani tra i 18-24 e i 25-34 anni che hanno votato rispettivamente per il 73% ed il 62% per rimanere in Europa.
ultimo aggiornamento: 23 settembre 2019
 
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